Tre sedie incastrate una dentro/sopra l’altra per guadagnare una ventina di centimetri e poter avere una visuale adeguata della superficie del tavolo, ed una manciata di skittles come simbolico trofeo da portare a casa.
Da bambino Jordan Matthew Ford passava i suoi pomeriggi al Citrus Height Chess and Backgammon Club, dove sfidava a scacchi (e batteva spesso e volentieri) avversari dell’età di papà Cuzear. Lui che gli aveva insegnato i primi rudimenti del gioco a 4 anni, gongolava a “bordo campo” per quel figlio prodigio che gli aveva già vinto due titoli dello stato della California e che trascorreva ore ed ore a studiare mosse e strategie.

Troppe ore probabilmente, e così ad 8 anni il piccolo Jordan decise di switchare a quella che era la sua seconda grande passione, il basket. Prima alla Folson High e poi al college, Saint Mary, con cui ha piazzato record e canestri tra il 2016 e il 2020 portandosi dietro torri e cavalli. Scacchiera al centro dello spogliatoio e uno contro tutti, senza pietà, anche perché le regole di quel giochino lì Ford le ha proiettate anche sui 30×15 del campo di pallacanestro. “Negli scacchi devi provare ad anticipare le mosse del tuo avversario – disse una volta – capire cosa sta cercando di fare per contrastare le tue. Faccio lo stesso nel basket, cercando di capire sempre cosa sta succedendo in campo”.
Pare si chiami Chess Mentality, ad occhio funziona perché Ford ci ha costruito attorno una carriera da professionista di ottimo livello al netto di un fisico che potremmo definire ordinario. Attaccante completo, tiratore rapido e preciso, all’ultimo passaggio a Fuorigrotta, il 10 maggio scorso, ne ha messi 24 con 9 tiri e 7 assist. In 20 minuti.
Scacco matto.

